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RIcordo
di Bruno Munari Ho conosciuto Bruno Munari che era ultra settantenne, ma vispo e genuino come un ragazzino. Avevo letto da liceale "Arte come mestiere" e mi era rimasto impresso: quando mi hanno presentato Bruno in banca l'ho quasi assalito per l'entusiasmo e lui, con la sua aria timida e diffidente, si e' ritratto. Mi sono sentito impacciato e invadente. La sua amicizia mi ha certamente segnato. Era una persona gentile come poche, riservata, ma anche pura e severa. Con lo zen aveva in comune qualcosa e col Giappone ha avuto infatti ottimi rapporti. Ed era destino: Mu Nari in giapponese arcaico significa la vita e' il nulla, qualcosa di vicino ai concetti zen che cerco cosi' di tradurre: in giapponese, con l'aiuto di Midori Mccabe:
life
is nothing, (yet I exist..)
Bruno mi ha segnato anche dal punto di vista creativo, permettendomi di vederlo al lavoro e seguirne suggerimenti e pareri sul mio operato. L'ho frequentato per qualche anno sino alla sua scomparsa. La sua compagnia ti assicurava sempre una serie di gags ed elementi di sottile saggezza. I ricordi sono tanti e indelebili: non ho ancora conosciuto altro maestro della sua purezza. Non si faceva allettare dal luccichio del danaro e dall'ambizione. Seguiva con purezza le sue idee. Era uno sperimentatore. Sorrideva di se stesso e del mondo. I campanelli: visitatori in mostra Come in una sua mostra di campanelli, a Milano in Piazza San Severo, in cui tutti suonavano le sue improbabili porte, ma le più buffe e inaspettate, e tutti insieme a bocca aperta -un piccolo caos- a suonare, suonare, suonare. E lui girava, sorrideva, se la rideva sotto i baffi: che grande festa per il piccolo, timido, esile genio della creativita'! Il concorso sulla creatività Una volta che ero da lui nel suo studio, ricevette un tizio che faceva parte dell'organizzazione di un concorso per giovani designers che dovavano risolvere un problema con creativita'. Questa persona chiedeva una traccia per la soluzione del problema per aiutare allievi e giuria, di cui -credo- presidente fosse Munari. E Bruno rispondeva che il problema serviva per mettere in mostra la creativita' degli allievi dunque non bisognava indicare una via, dovevano restare liberi di interpretare e risolvere il problema come volevano col metodo che avevano imparato. E questa persona rispondeva che si', d'accordo, ma una piccola traccia potremmo dargliela. E Bruno -un po' irrigidito sulla sedia- col suo fare serafico ma irremovibile ripeteva ciò che aveva gia' detto. La persona dopo vari assalti se ne ando' delusa. Bruno la accompagno' alla porta con irremovibile gentilezza e mi guardo' con un'aria a metà tra il rassegnato e l'eterno stupore, come si parla di bambini monelli: "Non c'è nulla da fare, sono sordi, non capiscono che non puoi limitare la creatività dei ragazzi in un concorso sulla creatività". Non si copia la realtà Un'altra volta ricordo che mostrai trionfante un mio bel ritratto a Bruno. Mi guardò come se fossi un bimbo e mi disse enfatizzando il suo delicato tono di voce: "Non bisogna copiare la realtà." E non disse altro, ma senza perdere la sua affettuosa disponibilita'. Ci restai davvero male. Amavo l'astrattismo, ma, come pittore, non vi ero portato, e con questo divieto mi ha messo in crisi per anni, e ancora lo sono. Dovevano farlo prima Delle sue opere più semplici Bruno diceva: "Molti dicono: Ma questo l'avrei saputo fare anch'io! Ma allora -aggiungeva- dovevano farlo prima!". In banca In banca, spesso, si presentava con un telefonino giocattolo, ostentando false telefonate per deridere la nostra dipendenza, allora molto minore di oggi, dallo strano aggeggio cosi' alla moda. Poi ci riservava sempre qualche battuta. Cosi' quando entrava i colleghi allo sportello erano sempre di buon umore. Si interessava delle parole. Il "modulo" ad esempio, lo affascinava, per la sua differente accezione in architettura e in banca, ove era il tormentone da compilare ad ogni pie' sospinto. Un giorno trovo' che la cassa era stata spostata, e chiese il perche': "sportello elastico" gli fu risposto con uno dei tanti slogan che vengono imposti dagli uffici organizzazione quando cercano di ridurre i costi con cambiamenti. Ma Bruno sgrano' gli occhi e con le mani fece segno ad uno sportello che si allargava e si stringeva... La parola in effetti era stata usata male... L'atelier Al citofono di Bruno Munari non vi era un nome, ma un quadrato rosso in campo bianco. Viveva in un condominio in una bella zona di Milano, e a pian terreno aveva uno spazioso e lumionoso studio. Quando entravi, ti accoglieva sempre la sedia per visite veloci. Le pareti erano un po' ingrigite. Bruno amava sottolineare che le pareti bianche non donano ai quadri, Il bianco "spara" e modifica la tonalita' dei quadri, mentre il grigio delle pareti lascia emergere i quadri, i loro colori e le loro accordature, Le prime volte che entravi nello studio, o se portavi un nuovo amico, c'era una specie di giro turistico che Bruno ripeteva ormai sempre uguale. continua...
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